Un’azienda di famiglia che si è più volte riposizionata sul mercato e ora produce per due brand, oltre che con il proprio marchio

La nascita

La storia di molte delle aziende del distretto calzaturiero marchigiano è iniziata dal piano terra, nelle piccole botteghe ricavate dentro ai garage o in laboratori allestiti proprio sotto all’appartamento di famiglia. In un territorio in cui nel sangue degli abitanti scorre il retaggio storico e culturale degli antichi ciabattini, sono in tanti ad aver iniziato l’attività da zero, o quasi.

È andata così anche per Vittorio Virgili, che nel 1964 ha gettato le basi per la nascita dell’azienda che oggi porta il suo nome.
All’epoca Virgili aveva appena 24 anni e si era già fatto le ossa come operaio in diverse aziende calzaturiere della zona. Da buon “self made man”, decise di mettersi in proprio, allestendo una bottega nel centro storico della sua cittadina, Sant’Elpidio a Mare, che è oggi un comune di circa 17.000 anime in provincia di Fermo.

Il denaro per aprire l’attività glielo prestò lo zio. In suo omaggio, Virgili decise di chiamare la propria piccola ditta Calzaturificio Giuliana, dandole il nome di sua cugina, la figlia del generoso zio.
Si specializzò in calzature da bambino, aiutato dalla madre, da una zia e da qualche vicina di casa.

La crescita

Negli anni del boom economico la richiesta del mercato italiano — che allora era quello predominante — andava verso le scarpe da uomo. Virgili decise di abbandonare la linea per bambini e di cogliere l’attimo. Fondò, insieme a suo cugino, un nuovo marchio: Sir Hamilton, specializzato in calzature maschili in stile british e in mocassini. Erano i primi anni ‘70, e l’azienda si spostò in una nuova sede, sempre a Sant’Elpidio a Mare, arrivando ad avere 60 dipendenti. In quel momento iniziò la vera e propria crescita, anche a livello internazionale.

A inizio anni ‘80, Virgili decise tuttavia di uscire dalla società e di crearne una a proprio nome.
Era il settembre 1981, data di nascita della Vittorio Virgili S.r.l., che rimane fedele alle calzature da uomo, entrando anche in altri mercati, come quello americano e quello mediorientale.

A partire dai primi anni 2000, più o meno in concomitanza con l’apertura di un nuovo stabilimento, sono entrate in azienda le tre figlie di Vittorio: Monica, che da quattro anni è alla guida dell’azienda ed è subentrata al padre, scomparso nel 2018; Roberta, che è avvocato e segue il mercato giapponese e la parte commerciale; Francesca, che invece si occupa dell’outlet.

La qualità

Dalle sole calzature per uomo, l’azienda ha pian piano allargato la produzione a quelle da donna.
Dal 2004, oltre che sul proprio marchio, lavora anche su licenza di altri brand. Il primo è stato Sartore, storica maison francese di stivali, da equitazione e non.
«È stato il primo progetto che ho seguito da sola» ha raccontato a Italian Shoes Monica Virgili. «Mio padre mi disse “se la vuoi seguire tu, lo facciamo”».
A Sartore è andato poi ad aggiungersi, nel 2007, il marchio italiano Iceberg.

La produzione si sviluppa dunque su tre fronti, molto diversi tra loro per immaginario, stile, mercati e clientela. Squadre differenti si occupano di linee differenti, ma il punto di forza del calzaturificio, oltre alla grande qualità del Made in Italy, è proprio la duttilità — caratteristica sempre più rara nel panorama attuale, che permette di lavorare, stagione dopo stagione, su prodotti che vanno dallo stivale alla sneaker, dalla décolleté al mocassino, dallo streetwear al classico.

Il futuro

Da due o tre anni l’azienda sta ultimando un vero e proprio passaggio generazionale, e non solo ai vertici della società. «Il nostro ultimo dipendente rimasto della “vecchia guardia” va in pensione quest’anno a maggio» spiega Monica Virgili, «è poi c’è Paolo, il magazziniere, il nostro uomo di fiducia che apre e chiude il calzaturificio. Per il resto, l’età media si è abbassata molto e noi siamo molto soddisfatti di questo. Vediamo molto fervore e voglia di fare tra i giovani».

Oggi i prodotti del calzaturificio sono presenti in molti mercati internazionali. Ciascuno dei tre marchi ha i propri, e questa diversificazione si è rivelata fondamentale per resistere ai momenti di crisi.
La pandemia è stata l’occasione per accelerare nello sviluppo delle piattaforme di e-commerce, che finora col marchio Vittorio Virgili non erano state sfruttate appieno.
«Ma la singola boutique, quella che conosce bene i propri clienti e fa una scelta oculata in fatto di acquisti» sostiene Monica Virgili, «non sparirà».
Per il prossimo futuro l’azienda conta di investire sempre di più sul digitale, sia per la parte commerciale che per quella relativa alla comunicazione.

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