Un’azienda artigianale attenta alla qualità e a mantenere al minimo gli sprechi

La nascita

Un’intera generazione di calzaturieri italiani ha imparato il mestiere durante la guerra, quando molte aziende — grandi e piccole — vennero convertite alla produzione di equipaggiamento militare, tra cui appunto le calzature.
È così che è andata anche per Eugenio Nebuloni, all’epoca giovane di buona volontà che, finito il periodo bellico, è passato dagli stivali per i soldati alle calzature femminili, aprendo, insieme alla moglie Iole Chiodero, un laboratorio a Parabiago, in uno dei distretti calzaturieri più prestigiosi e conosciuti a livello internazionale.

L’anno esatto di inizio dell’attività non è noto. Le uniche testimonianze scritte rimaste risalgono al 1954, quando la Nebuloni Eugenio. lavorava soprattutto per il mercato locale, rifornendo i migliori negozi di Milano.
Negli anni ‘60, in seguito a una piccola espansione del mercato e a un aumento della produzione, l’azienda si spostò da Parabiago a Canegrate, in un nuovo capannone.

La crescita

Non avendo figli, Nebuloni e la moglie decisero di lasciare la ditta al nipote, Eugenio Chiodero. Figlio di un’orlatrice, cresciuto in mezzo all’odore del cuoio e della colla, Chiodero non aveva in comune con lo zio soltanto il nome, ma anche la passione per le calzature.
Dopo un periodo di formazione presso la storica scuola Arsutoria, prese le redini del calzaturificio negli anni ‘80. Insieme alla moglie, Lina Osto, cominciò a investire sui macchinari e ad espandere la rete commerciale, arrivando a conquistare i principali mercati europei: dalla Germania alla Francia, dal Belgio alla Svizzera.

Oggi la Nebuloni Eugenio. è in mano alla terza generazione della medesima famiglia. Nel 2015, dopo l’università, è infatti entrato in azienda Alessio Chiodero, figlio di Lina — che tuttora lavora nel calzaturificio — ed Eugenio, che invece è in pensione ma continua a fare da supervisore.
Il giovane Chiodero ha ereditato un portafoglio clienti costituito per la maggior parte da realtà non italiane, col Giappone come mercato principale, e insieme alla designer Geraldine Delemme ha iniziato a sviluppare le nuove collezioni e a occuparsi di un aspetto fino a quel momento poco considerato: quello dell’immagine e della comunicazione.

La qualità

Quelle prodotte dalla Nebuloni Eugenio sono calzature comode ed eleganti pensate per essere portate tutti i giorni dalla donna che lavora.

Nel corso dei decenni l’azienda non ha mai tradito le sue origini artigiane ed è tuttora un calzaturificio in cui ogni prodotto passa di mano in mano per tutti i collaboratori.
«L’occhio dell’artigiano e la sua esperienza — spiega Alessio Chiodero — vedono cose che una macchina non potrebbe mai vedere. Questo rende la scarpa non perfetta, perché la mano dell’uomo non è perfetta, ma di alta qualità».
Un altro fattore chiave, oltre alla produzione manuale, è la scelta dei materiali, gran parte dei quali proviene dal distretto di Parabiago e dalle zone limitrofe.

C’è poi una grande attenzione riguardo all’ecosostenibilità — con una linea caratterizzata da pelli conciate al vegetale — e un’assoluta volontà nel limitare gli sprechi, ereditata dalle precedenti generazioni, che da sempre hanno cercato di riutilizzare in modo intelligente gli scarti di produzione.

Il futuro

Da un paio d’anni è stato aperto il negozio online, nel quale vengono messi in vendita i modelli più apprezzati dai clienti. Si possono ordinare personalizzandoli, scegliendo colore e materiale. Questo permette di utilizzare materiali avanzati dalla stagione precedente, in modo tale da poter sfruttare gli stock, sempre nell’ottica di limitare gli sprechi.

Aperta a lavorazioni conto terzi e ad aiutare stilisti emergenti a sviluppare una propria collezione, l’azienda è inoltre decisa a investire sempre di più sulla comunicazione. «Quando sono arrivato — ha raccontato Alessio Chiodero a Italian Shoes — non avevamo social, non avevamo nulla. Il successo dei miei genitori è stato quello di avere un buon prodotto e clienti storici con cui si è sempre lavorato bene. Ma oggi non basta più. E grazie alle piattaforme digitali, ai social e alle fiere online si può arrivare in tutti i paesi stando seduti alla propria scrivania».

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