Con il libro e la mostra Similitudini, Giovanni Gastel celebra la capacità e la creatività del made in Italy. In questa intervista il famoso fotografo racconta la sua passione per gli accessori.

Chi meglio di Giovanni Gastel sa interpretare e nobilitare il prodotto attraverso la fotografia still life? La sua liaison (sì proprio, a indicare un legame profondo) con gli accessori risale ai suoi esordi, quando iniziò a collaborare con i giornali di settore e si dedicò a scarpe e borse, valorizzandone i dettagli, le lavorazioni, le forme e i materiali. Il fotografo-gentiluomo ha nei confronti del suo lavoro e dei prodotti che fotografa lo stesso atteggiamento che ha verso le persone: disponibilità e rispetto che lo portano a mettere in luce l’essenza delle cose, senza mai giudicarle.

Chi, dunque, meglio di lui poteva elevare le calzature a oggetto d’arte attraverso “similitudini” e contaminazioni con altri mondi? Questa visione interdisciplinare è l’anima del prestigioso libro Similitudini. L’arte della calzatura italiana, edito da Electa e voluto da Assocalzaturifici, e della mostra che apre i battenti il 15 settembre in spazio Borgonuovo Eventi a Milano.

Sono molto legato agli accessori e lo still life è una delle foto che preferisco fare. Con questo libro sono tornato al mio primo amore.

(Ritratto di Giovanni Gastel. Foto di Uberto Frigerio)

Nella sua autobiografia “Un eterno istante. La mia vita” scrive che, quando nel 1976 aprì Alexandra Studio’s, erano “i tempi delle piccole riviste di settore…” È così che ha iniziato a farsi conoscere?

Il mio percorso è iniziato proprio negli accessori e, dopo la gavetta durante la quale ho fatto di tutto, uno dei miei primi clienti è stato il magazine del Mipel, che allora era edito da Vallardi; la mia fortuna è nata proprio dalla fotografia still life, perché ho iniziato a fare qualcosa di allegro, un po’ diverso dal solito, ho sempre voluto metterci un pizzico di ironia e cercare nella storia un’altra lettura.

Le similitudini sono diventate un po’ la sua cifra fotografica…..

Ricordo una delle mie prime foto, quella di una camicia alla quale ho abbinato una farfalla, quindi non una semplice foto, ma un nuovo linguaggio, derivato un po’ dalla pop art, un po’ dal fumetto. E le similitudini sono il fil rouge di questo libro, come dice il titolo stesso.

Nel suo percorso di lavoro, come è cambiato l’approccio fotografico nei confronti dell’accessorio?

La foto still life ha avuto momenti alternanti. È stata molto amata negli anni Ottanta attraverso le pagine di Mondo Uomo e Donna, nei Novanta si è passati a fotografare gli accessori indossati; io ho lavorato 17 anni per Elle dove l’accessorio era molto più vissuto, ambientato, ma sempre con ironia. Poi, nel primo decennio del secondo millennio, è tornato in auge lo still life pop.

Perché l’accessorio oggi continua a trainare le vendite e fare i numeri anche per le griffe?

Sicuramente è una delle voci vincenti del made in Italy ed è uno dei fiori all’occhiello del sistema moda. L’accessorio poi ha la funzione di elevare e definire il look.

Il fotografo deve rispettare il prodotto, capirlo, amarlo, enfatizzarlo. Non nasconderlo o giudicarlo.

(Backstage dello shooting per il libro “Similitudini”. Courtesy Giovanni Gastel)

 

Come è cambiato il suo modo di fotografare gli accessori?

I produttori di calzature hanno aggiunto creatività al prodotto che si è aperto a contaminazioni con l’arte e i fenomeni giovanili. Con la mia fotografia voglio esprimere questa interdisciplinarità, che è molto interessante per me. E in tutti i livelli e fasce di prezzo i calzaturieri sanno esprimere la creatività.

Qual è, dunque, il ruolo del fotografo?

Non è quello di giudicare il prodotto, ma di elevarlo e far risaltare gli aspetti più interessanti, dai dettagli a certi tentativi estremi. In sostanza, è quello di fornire una chiave di lettura dell’oggetto, enfatizzandolo e nobilitandolo. Ogni prodotto ha una sua dignità e una sua utilità. Io ho grande rispetto per chi “fa e crea” perché conosco le difficoltà del fare e sto sempre dalla parte di chi crea.

Nel suo libro scrive che “la fotografia è sempre un atto di seduzione, deve esserlo”. Vale per le foto con le modelle o anche per gli still life?

Vale anche per gli oggetti. Io devo essere sedotto dal prodotto e, a mia volta, cercare di sedurlo attraverso la fotografia. Ecco che il dettaglio è importantissimo: può essere il tipo di pelle, il tacco, la lavorazione. Vado alla ricerca di quello che mi attrae e mi seduce dell’oggetto che ho davanti alla macchina. Essere un fotografo di moda vuol dire essere un fotografo di prodotto e non di modelle. Quindi sono le donne e gli uomini che diventano l’accessorio dei vestiti o delle calzature o borse. Tutto quello che costruisco intorno serve solo a sostenere il prodotto.

Dice che fare foto è inventare sempre e comunque. C’è ancora qualcosa da inventare nella fotografia?

C’è tutto da inventare ancora. La creatività è infinita e non ha limiti. L’unica cosa che può porre fine alla creatività è la paura di perderla e questo purtroppo capita a tanti creativi, compromettendo il loro lavoro. Da 40 anni tutti i giorni cerco di inventarmi cose nuove e chiavi di lettura originali.

È più difficile oggi fotografare rispetto al passato?

Direi di no. Oggi però godo di una libertà maggiore, ma rispetto comunque il prodotto, cerco di capirlo, enfatizzarlo. Non lo nascondo, non lo giudico. Ritengo che una buona fotografia debba far vendere di più il prodotto.

Qual è invece il suo rapporto personale con l’accessorio nella sua estetica del vestire?

Sono fedele a pochi brand di calzature. Sono un po’ come le modelle, quando si lavora tanto con la moda, poi nel privato si ha la reazione opposta. Dicono che io abbia un mio modo di vestire, in realtà non ci penso troppo. Non mi faccio fare le scarpe su misura, come invece amava fare mio padre che era un vero dandy, tanto da disegnarsi da solo le proprie calzature.

Similitudini