Un evergeen ai piedi dei bambini

Il grande Bruno Munari, durante una lezione all’Università di Venezia, disse: «mi sono permesso di dare il Compasso d’oro a ignoti autori che non sanno nemmeno di essere designer, ma producono oggetti che si vendono sempre: la sedia a sdraio da spiaggia, che più semplice di così non si può fare. O il leggìo a treppiede dell’orchestrale».

Gli oggetti di “design anonimo” di cui tesseva le lodi Munari sono quelli senza tempo, identici a se stessi, o quasi, per decenni, talvolta per secoli, tanto da diventare archetipi.
I sandali “due occhi” fanno parte a tutto diritto di questa categoria. Non si sa con precisione chi li abbia inventati, né quando, ma soprattutto a partire dagli anni ‘60 diventarono un grande classico: i calzaturifici ne proponevano la loro versione e non c’era bambino che non li indossasse.

Comodi, con gli “occhi” che garantivano la traspirazione, i sandali venivano spesso passati tra fratelli e cugini, e quando il piede cresceva troppo ma bisognava arrivare a fine stagione, non era raro che nella famiglie più umili si tagliasse via la punta con un paio di forbici.

Veri e propri “evergreen” nel mondo della calzatura per bambini (anche il principino George, figlio di William e Catherine, è solito indossarli), tornano periodicamente di moda anche tra gli adulti, e almeno un paio di generazioni si emozionano quando ne vedono un paio che li riporta col pensiero alla propria infanzia, ai calzini bianchi indossati coi sandali, ai sassolini che entravano dai buchetti.

QUALCHE TECNICISMO

Chiamati anche “occhio di bue” (anche se tale modello è una variante, con i buchi più in alto e più laterali) oppure “occhi di gatto” o semplicemente “sandali coi buchi”, sono caratterizzati da due fori sul collo del piede e da una chiusura con cinturino e fibbia in metallo o, più raramente, a strappo.

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