È una delle lavorazioni più complesse, adatta a scarpe robuste che non temono le sfide del tempo

Nonostante il nome, la lavorazione Norvegese è usata soprattutto in Italia ed è una delle più laboriose, dato che necessita di moltissimi passaggi e può essere considerata, a ragione, come una vera e propria opera d’arte.
La tecnica deriva da quella utilizzata tradizionalmente per gli scarponi da montagna del Nord Europa.

Pensata per rendere la scarpa a prova d’acqua, molto resistente e adatta anche a utilizzi prolungati all’aperto, la lavorazione Norvegese oggi è utilizzata anche come “firma” a sigillo dell’altissimo grado d’eccellenza manifatturiera di chi la utilizza.

Qualche tecnicismo…

Sebbene ci siano diversi nomi (beksøm in Norvegia, goyser o goiser nella tradizione austroungarica) e altrettante varianti (ad esempio la Veldtschoen, la Tirolese) e non tutti i produttori descrivano allo stesso modo la medesima lavorazione, generalmente la Norvegese presenta tre o quattro cuciture a vista, intrecciate a mo’ di catena lungo tutto il bordo della scarpa.

La cucitura a treccia unisce tomaia e soletta mentre un’altra cucitura tiene assieme tomaia ed intersuola.
Viene solitamente utilizzato del filo in lino e i punti di cucitura generalmente vanno da 300 a 600.

[Nelle foto, fasi della lavorazione Norvegese di un modello Lidfort e un modello Franco Cimadamore.
Nel video, lavorazione Norvegese realizzata da Vittorio Spernanzoni]

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