Tutto cominciò con una macchina per cucire recuperata dai soldati tedeschi da un giovane partigiano

GLI INIZI

Siamo nel 1944. Sull’Alpe di Catenaia, sopra Arezzo, si combatte duramente. Di lì passa la Linea Gotica, e il fronte di guerra ha raggiunto la Toscana.
Fossimo in un film, vedremmo una lunga scena in cui un giovane partigiano insegue su per i sentieri un gruppo di soldati tedeschi. Vuole riprendersi qualcosa che gli appartiene e che gli è caro.

Ma visto che non siamo in una pellicola sulla Seconda Guerra Mondiale bensì nella realtà, la scena dobbiamo necessariamente immaginarcela: quel partigiano che insegue i nazisti è Gustavo Soldini, e la cosa che vuole riprendersi è una macchina per cucire le scarpe che i tedeschi hanno portato via da casa sua. Figlio di un ciabattino, Attilio, Gustavo riesce nell’impresa ma mentre torna un caccia tedesco lo scova e comincia a sparare, credendo che la macchina per cucire sia un’arma. Il giovane riesce comunque a fuggire, di lì a pochi mesi la guerra finirà e con quella macchina Gustavo, insieme ai fratelli Gildo e Giuseppe, getterà le basi per il Calzaturificio Soldini, un’impresa di famiglia che diventerà tra le più solide aziende del calzaturiero italiano.

Nel 1945 Gustavo e i fratelli lavorano in un piccolo laboratorio allestito in casa. Durante la settimana si producono le scarpe, nel fine settimana si inforca la bicicletta e si va a venderle ai clienti. La bici è anche il mezzo con cui andare a prendere il cuoio a Firenze.

LA CRESCITA

Grazie all’ingegno e alla dedizione al lavoro, e puntando su articoli ben fatti, pian piano l’attività cresce: arrivano i primi dipendenti, viene aperto il primo stabilimento in un vecchio stabile a Subbiano, che viene poi ingrandito.

Negli anni ‘60 e ‘70 l’azienda conosce un vero e proprio boom di esportazioni. Vengono aperti altri due stabilimenti, uno a Capolona (dove Gustavo Soldini sarà anche sindaco per 10 anni) e l’altro ad Anghiari.
In quel periodo entra in azienda anche Rossano, figlio di Gustavo, che poi ne prenderà le redini nel ‘98.

Le calzature Soldini cominciano ad andare fortissimo negli Stati Uniti, che tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 coprono circa il 5% della produzione.
«A quel tempo eravamo noi i cinesi», racconta a Italian Shoes, tra l’ironico e il nostalgico, Rossano Soldini.
Per far fronte alle richiesta, l’azienda apre anche un altro stabilimento a Malta, focalizzato unicamente sulla produzione per il mercato americano e quello maltese.

Nel momento di massimo sviluppo la Soldini ha circa 800 dipendenti, ma poi cominciano i problemi. Negli Stati Uniti comincia a farsi sentire l’agguerritissima concorrenza delle aziende sudamericane, soprattutto brasiliane. Nel ‘94 un incendio scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 aprile distrugge lo stabilimento di Anghiari. Nel 2000 chiude anche lo stabilimento di Malta.
Soldini, però, riesce a superare la crisi, puntando su qualità e innovazione.

LA QUALITÀ

Razionalizzando la produzione, scommettendo coraggiosamente sul Made in Italy e sul territorio, investendo sulla ricerca, sui materiali, sulle lavorazioni pregiate e su nuove soluzioni tecnologiche, il Calzaturificio Soldini è ancora oggi una delle più importanti aziende italiane del settore.

Dal bozzetto al prodotto finale, è tutto fatto in Italia. I prodotti Soldini sono frutto dell’unione e dell’equilibrio tra sapienza artigianale e mentalità industriale. Ogni paio di scarpe necessita di oltre 200 fasi di lavorazione, e più di 200 sono i dipendenti, che operano sulla collezione uomo, sulla collezione donna ma anche su Soldini Professional, che produce calzature per il settore militare, per quello ospedaliero, per quello agroalimentare, per quello industriale e per il pronto intervento, forte anche di alcune tecnologie sviluppate in azienda e brevettate.

IL FUTURO

Rossano Soldini, che nel quadriennio 2003–2007 è stato presidente di Assocalzaturifici («ho lottato molto per le calzature italiane, riuscendo a ottenere da Bruxelles dazi anti-dumping sulle calzature provenienti da Cina e Vietnam», racconta), non è particolarmente ottimista per quanto riguarda il futuro del settore calzaturiero, ma ha le idee molto chiare.

«Lo stato non ha pensato a tutelare il Made in Italy, a tutelare chi ha fatto grande l’Italia, cioè il manufatturiero, gli artigiani e le piccole industrie come quelle del nostro settore. I distretti industriali si stanno sfaldando», dice Soldini, secondo cui bisognerebbe innanzitutto puntare a ottenere l’obbligatorietà del “Made in”.

Per quanto riguarda la sua azienda, che pian piano si prepara anche al passaggio di responsabilità alla nuova generazione, Soldini rivela di focalizzare l’attenzione soprattutto sull’e-commerce — «anche perché il settore retail è in crisi. I negozi non comprano, non vendono e non pagano», dice l’imprenditore — e di recente ha aperto il sito Soldini Selection.

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