Dietro al Calzaturificio Saint Ferry e al marchio Lemargo ci sono quattro generazioni e oltre novant’anni di storia

GLI INIZI

Questa storia, a differenza di tutte quelle che finora abbiamo raccontato in questa nostra rubrica Heritage, comincia dai giorni nostri. Più precisamente dal settembre del 2016 quando a MICAM, a Milano, l’attenzione dei buyer di tutto il mondo viene calamitata dallo stand di un marchio che nessuno conosceva ancora: Lemargo.

A fare gli onori di casa due ragazzi, Caterina e Dino Leombruni, entrambi poco più che ventenni ma con radici profonde nel settore delle calzature, radici che affondano fino al 1928, anno in cui il loro bisnonno, Nazzareno Leombruni, crea un piccolissimo laboratorio sotto casa propria.

Una vecchia foto di famiglia

Siamo a Montegranaro, nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano, e nella sua bottega casalinga Nazzareno realizza calzature da uomo, prima per clienti dei dintorni e poi allargando sempre di più un’attività che però sembra doversi bruscamente interrompere con la dipartita, anzitempo, del fondatore.
Suo figlio Leonardo, tuttavia, che all’epoca lavora come geometra, decide di prendere le redini dell’azienda e si rivela un ottimo imprenditore, capace di portarla a nuovi livelli di crescita.

Dalla piccola bottega, Leonardo Leombruni trasferisce il calzaturificio in un laboratorio molto più grande, all’avanguardia per gli standard del periodo. Siamo tra gli anni ‘60 e ‘70 e l’attività principale è la produzione di calzature per grandi gruppi e private label.
Un cliente e amico di Ferrara, però, suggerisce a Leonardo di avviare un proprio marchio. In quegli anni spopolano i brand francesi e, visto che il cliente si chiama Ferramondo, a Leombruni viene in mente il nome Saint Ferry, che diventa poi anche la ragione sociale del calzaturificio.

LA CRESCITA

Quando Leonardo muore, nel 1991, i suoi due figli sono già avviati all’interno dell’azienda ma poi i fratelli prendono strade diverse ed è Marco Leombruni a continuare l’attività, insieme alla moglie Gloria Guardiani.
Negli anni ‘90 nasce anche il marchio Koil, che si rivolge soprattutto al mercato nordeuropeo, e nel 2011 viene costruito un nuovo stabilimento, più grande, moderno e adatto alle esigenze produttive attuali.

Nel frattempo Marco e Gloria preparano la strada all’entrata dei loro due figli, la quarta generazione di Leombruni. Sono Caterina e Dino.
«Noi siamo praticamente nati nel calzaturificio», racconta Caterina a Italian Shoes. «Quando facevamo le superiori mio fratello d’estate andava a lavorare lì. Io, più portata per le lingue e propensa alla parte commerciale, a 16 anni ho cominciato ad andare in giro per fiere con mio padre. Pian piano abbiamo imparato e il mestiere».

Al loro arrivo, nel 2015, Caterina e Dino trovano una situazione ben consolidata ma non esattamente nelle loro corde. Decidono quindi di progettare qualcosa di nuovo: è Lemargo, che i due definiscono come una “esigenza giovanile” che si è poi fatta largo nel settore fino a diventare un brand riconosciuto. La ricetta: unire l’esperienza alla freschezza, reinterpretare la lunga e gloriosa storia dell’azienda di famiglia per adattarla al loro mondo.

LA QUALITÀ

Oggi il calzaturificio Saint Ferry è interamente focalizzato sul nuovo brand, che ha avuto fin da subito un successo internazionale, posizionandosi nella fascia alta di mercato.
Koil, che esiste ancora, è stato momentaneamento messo da parte mentre l’attività in conto terzi è cessata completamente.

A livello di prodotto, Lemargo è stato studiato fin nel minimo dettaglio.
«Volevamo renderlo speciale», spiega Caterina Leombruni, che oggi ha 27 anni, mentre suo fratello Dino ne ha 24.

La lavorazione è molto particolare. Le scarpe vengono realizzate con materiali di pregio — vitellini, canguri, cavalli — e in colore naturale. Le suole, pure, sono in cuoio naturale.
Poi le scarpe, già assemblate, vengono inserite, singolarmente, in un sacchetto di cotone a chiusura ermetica e inviate in una conceria toscana, dove vengono messe nei bottali per essere lavate e colorate, trattate con il metodo del tinto in capo originale.
Quando finalmente rientrano in azienda, sono bagnate e dall’aspetto consumato. Una volta asciugate passano poi alla rifinitura.

Marchio di fabbrica di Lemargo è la schienetta visibile (la schienetta è il rinforzo applicato al di sotto del sottopiede: in pratica la colonna vertebrale della calzatura).
L’idea è nata da una semplice considerazione: rendere riconoscibile il prodotto senza intaccarne la tomaia. È stata Gloria, la madre di Caterina e Dino, ad avere la poetica intuizione, perché mostrare la schienetta è un po’ come far vedere, letteralmente, l’anima della scarpa.

Da qui viene anche il nome. Il lemargo è una particolare specie di squalo, con una pinna che in qualche modo riporta la forma della schienetta.

IL FUTURO

Caratteristica principale dell’azienda, oggi, è la sinergia familiare. Per la famiglia Leombruni il calzaturificio è una vera e propria casa, e passano più tempo lì che tra le mura domestiche.
Tutti fanno tutto, anche se ovviamente ciascuno è specializzato nel proprio settore: il padre Marco si occupa di amministrazione, la madre Gloria di stile, Caterina della parte commerciale e Dino della produzione.
«Le riunioni del consiglio di amministrazione si fanno a cena», chiosa, ridendo, Caterina.

Ma il confronto è totale anche con i dipendenti. «C’è gente che sta qui da trenta o quarant’anni e io e mio fratello siamo arrivati da appena cinque, quindi la prima cosa che abbiamo voluto fare, quando siamo entrati, è stato guardare e imparare da chi ha una grande esperienza», spiega.

Ora i dipendenti sono circa 30, ma in crescita perché la lavorazione Lemargo è lunga e ha bisogno di molte braccia e di grandi capacità. «Il distretto calzaturiero della zona, da questo punto di vista, ci dà grandi soddisfazioni perché di gente competente, che riesce a star dietro alle innovazioni, ce n’è molta. La nostra strategia è molto semplice:», rivela Caterina Leombruni, «bisogna sapersi reinventare. Bisogna saper guardare in avanti. E poi ancora un po’ più avanti».

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