Presenza fissa sui red carpet di tutto il mondo, le sue calzature sono un’alchimia di femminilità, proporzioni studiate e accessori gioiello.

[In cover collezione pe 2019]

A 25 anni dalla nascita del proprio brand, Giuseppe Zanotti prosegue con coerenza il percorso iniziato con la scarpa-gioiello, che è diventata la sua cifra stilistica, guadagnandosi i red carpet più prestigiosi. Sempre pronto però a raccogliere nuove sfide e a rimettersi in gioco. Riflessivo e pacato, anche quando racconta di aver mangiato la pasta cucinata dalla mamma di Beyoncé, lo stilista parla in questa intervista della formula alchemica per aver successo con le calzature: intuito, tecnica ed emozione. E dice ai giovani, che vogliono diventare designer: “c’è ancora spazio, non è vero che è già stato inventato tutto”.

Quali sono i modelli che hanno reso riconoscibile il marchio?

Tutto nasce da quello che non c’era. Io ho iniziato come consulente per stilisti dell’abbigliamento e quindi in quella fase devi seguire le linee guida dei marchi e il tuo apporto creativo si limita al 25%. Quindi per 10 anni ho lavorato per altri con dei “paletti” e quando ho lanciato il mio marchio ho voluto fare qualcosa che non c’era, cioè la scarpa-gioiello, sia piatta che con il tacco, immaginando di ornare il collo del piede, che doveva essere scoperto e non imprigionato in modelli coprenti. Adesso è normale, ma nel 1994 nessuno lo faceva. Mi sono così creato un mio codice genetico, riconoscibile dai buyer e dai consumatori. Un segno distintivo che è proseguito fino a oggi con una estensione anche alle sneaker, sia donna che uomo, con interventi decoratici grafici, strass, cristalli.

È difficile rinnovarsi a ogni stagione?

La creatività è un rischio, come nella cucina. Bisogna trovare formule nuove e anche un po’ strane o inconsuete. Nel nostro lavoro è necessario saper riformulare gli ingredienti (materiali, tacchi, decorazioni, etc.) in modo diverso, ma quello che conta è l’equilibrio finale. Quindi, anche rischiando, si riesce a rinnovarsi. La certezza di aver fatto la cosa giusta, però, si ha solo quando la scarpa arriva ai piedi della donna.

Nel nostro lavoro per rinnovarsi bisogna saper rischiare.

Quanto nel suo lavoro è frutto di ricerca e quanto di intuito?

C’è molto intuito e anche molta memoria, nel senso che nel passato hai raccolto suggestioni e informazioni, ma non le hai utilizzate e oggi ti possono tornare utili. Poi c’è tanta tecnica. Quanto alla ricerca, io non guardo libri. Semmai eventi, come la mostra su David Bowie, che si è tenuta al V&A Museum, perché mi affascinava l’eclettismo del personaggio, oppure film che mi piacciono.

Cosa c’è ancora da inventare nella calzatura?

Non c’è mai una fine alla curiosità. Le donne cercano sempre qualcosa di stimolante. La calzatura nasce per coprire il piede, per proteggerlo. Non dimentichiamolo, lo stile è venuto quando il costume ha cominciato a raccontare il rinnovamento, ecco che è nata la moda secoli fa. Quindi ci vuole una formula sempre nuova che possa stimolare e destare curiosità, cioè scatenare una emozione.. Il mio lavoro è un libro fatto di tanti piccoli capitoli, che scrivi di volta in volta e non sai quando lo finisci. Ogni volta è una sfida e un superare se stessi.

È difficile essere creativo e imprenditore allo stesso tempo?

Io non nasco imprenditore, nasco con la passione per il disegno e quindi facendo campionari per gli altri. Poi ho fatto la mia linea ed ero libero di creare collezioni dedicate a una mia donna ideale. Diventando imprenditore, sei costretto a scendere a compromessi, una sorta di patto col diavolo che è il business, un mix di aspetto creativo e imprenditoriale. Io sono entrambe le cose, ovviamente vorrei essere meno creativo e più imprenditore, perché non puoi dimenticare di avere un’azienda di 800 persone. Quando sei meno vincolato dal business hai più libertà di giocare con la moda. Anche se soffri di più perché hai sempre paura di non esaudire appieno i desideri della tua clientela.  

Cosa consiglierebbe ai giovani, sempre più numerosi, che vogliono fare calzature?

Se c’è veramente la passione e l’attrazione per le calzature, allora dico loro di pensare all’identità del prodotto che vogliono creare, perché non è vero che tutto è già stato fatto. Poi ci vuole la conoscenza tecnica, che se non si ha va trovata in qualcuno o in un’azienda che lo fa per te. Credo sia importante, dopo aver fatto una scuola specifica e prima di creare una propria collezione, lavorare magari un anno in una azienda per capire il ciclo produttivo e come utilizzare al meglio i materiali. Allora si acquisisce un bagaglio preziosissimo. Anche i grandi del passato, Leonardo, Raffaello, Tiziano, sono andati a “bottega” per imparare. Quindi scuola, estro, ma anche tecnica sono il mix giusto per fare scarpe. Consiglio anche ai giovani di non pensare italiano ma globale e rapportarsi con i consumatori internazionali.
Inoltre, iniziare con una startup e avere una dimensione piccola non è mai sbagliato. Ti lascia la serenità e il tempo per pensare di più.

Nell’era del see now buy now diventa sempre più difficile pensare e agire a lungo termine, mentre bisogna rispondere on demand alle esigenze dei consumatori. Cosa ne pensa?

Oggi è tutto più complicato. Perché hai alle spalle un’azienda con tempi di progettazione e produzione da rispettare. Quindi il see now buy now, che alla fine è un pronto moda, va in conflitto con l’impostazione di azienda tradizionale come la nostra. Oggi devi fare i conti con le stagioni che sconvolgono le dinamiche delle vendite e dei saldi, con quattro e non più due collezioni all’anno, con le continue capsule collection e poi con questo nuovo fenomeno del “vedo e compro” e quindi non è facile. Lo è per chi inizia ora che può lavorare solo col digital , senza la distribuzione tradizionale, e con la filosofia di oggi. Ma noi che abbiamo un dna sartoriale e una strategia programmata non possiamo adeguarci così facilmente alle nuove dinamiche.

Cosa c’è nel futuro di Giuseppe Zanotti?

È difficile per un emotivo, sensibile e anche non troppo ordinato come me, fare un programma a breve o lungo termine. Credo che qualcosa dovrà cambiare nella ricetta del mio business. Forse una proposta creativa così ampia non è più necessaria. Venti anni fa i grandi gruppi del lusso non facevano scarpe, ora ci sono in ogni collezione. Quindi lo scontro con queste lobby è impari e non si può pensare che facendo di più si fa meglio. Perciò bisogna presidiare bene una nicchia di mercato, anche divertendosi come nel mo caso con le sneaker .

Ecco, ha citato le sneaker che sono ormai parte delle sue collezioni. Quanto spazio c’è per modelli couture come i suoi?

Sneaker è un termine improprio che si riferisce alla scarpa sportiva per eccellenza. Io l’ho superaccessoriata. È un divertimento di questo momento. Sarà così ancora in futuro? Non saprei. Ci potrà essere però sicuramente qualcosa di diverso che può dare emozione nel crearlo e a chi l’acquista.

 

A chi pensa quando disegna le scarpe? Al negozio che le venderà o al consumatore finale?

A chi le indosserà. Infatti vorrei avere in futuro un filo più diretto con il mio pubblico e con il CRM lo puoi fare. Ci sono strumenti analitici oggi che te lo consentono, mentre prima dovevi fare le “personal appearence” andando nei department stores, parlando con le persone e raccogliendo le loro sensazioni. Oggi gli input sono diretti e meno filtrati da agenti, personale di vendita, ecc. Si deve creare una complicità fra il prodotto e il pubblico.

Quindi in futuro ha ancora senso aprire i negozi (oggi sono 100 nel mondo) o l’online diventerà preponderante?

Sarà sempre più difficile aprire i negozi perché costeranno sempre di più nelle vie top, ma ci sono anche aree nuove e in potenziale sviluppo nelle grandi città. Quindi va riconsiderato il negozio diretto e valutato bene l’online, affinché non venga visto, come spesso accade, come una scorciatoia per arrivare al consumatore. L’omnichannel va strutturato bene nelle consegne, nel magazzino, nell’interazione fra on e offline.

Si parla tanto di nuove tecnologie, come la stampa 3D. Cosa ne pensa?

È un gioco che ha grande impatto emotivo. Ma non è ancora il futuro o lo potrebbe diventare nel momento in cui si inventerà qualcosa di concettualmente nuovo che non sia la scarpa elegante. La scarpa italiana, un po’ come l’abito sartoriale, non si riesce a fare industrialmente e in modo completamente automatizzato. Una scarpa curata e contemporanea che rappresenti chi la crea è frutto di un pensiero e di un savoir faire che ancora oggi è il valore del made in Italy.

Lei oggi è considerato lo stilista delle celebrities. Come è arrivato a Hollywood?

Con questo racconto spontaneo e genuino che ho sempre fatto con il mio lavoro. Io ho dato loro le scarpe quando ancora non si facevano pagare migliaia di euro o 500.000 dollari per un post. Certe lo fanno gratuitamente perché conoscono e apprezzano il mio lavoro. Ho conosciuto Kim Kardashian quando ha compiuto 18 anni. C’erano anche Paris Hilton e Lindsay Lohan e non erano ancora così famose. Quindi le ho conosciute in modo semplice e mi è capitato di andare a casa loro. La mamma di Beyoncé mi ha cucinato la pasta e poi siamo rimasti in contatto. Comunque faccio regolarmente scarpe custom made per Lady Gaga, Rhyanna, Miles Cyrus e altre star.

Con Jennifer Lopez ha creato addirittura una capsule collection.

Sì, ma sono cose che non puoi fare con tutte. Non con tutte si instaura un feeling. Ho in programma altre operazioni analoghe, ma è prematuro parlarne. Ho fatto invece un’operazione con la famiglia di Michael Jackson che il 29 agosto avrebbe compiuto 60 anni; la sua Fondazione insieme alla Elizabeth Taylor Aids Foundation ha creato un evento benefico a Las Vegas per il quale ho realizzato una scarpa con i diamanti.

Jennifer Lopez con Giuseppe Zanotti

È recente anche la collaborazione con il giovane designer inglese Christian Cowan.

Sì, per la sfilata pe 2019 di New York ho realizzato le calzature pensate da questo brillante giovane, stilista puro e non costruito a tavolino come spesso succede, che a sua volta ha conquistato Lady Gaga, Beyoncé, Kendal Jenner e infine la cantante Cardi B.
Christian si è presentato alla sfilata con il braccio ricoperto da orologi falsi comprati a New York downtown. Un modo di fare lusso con quello che arriva dalla strada, una fake luxury che contamina la sua moda. E per lui ho fatto i miei sandali iconici con il tacco rientrato con un cinturino a forma di orologio dorato. Sono stati un successo.