Qualità, design, artigianalità: così vedono il settore calzaturiero italiano dall'estero

Qualità, design, artigianalità.
Il Made in Italy della calzatura, per i buyer internazionali, si può riassumere così. Ovviamente non c’è soltanto questo, ma nelle numerose interviste che nelle ultime settimane abbiamo pensato di fare a chi per mestiere acquista scarpe per alcuni tra i più importanti negozi di tutto il mondo, qualità, design e artigianalità sono i termini, i concetti usciti fuori con una regolarità e una frequenza quasi disarmanti.

Parlando con John e con Melissa, con Kevin e Kazuhiro, con Ryo e con Hossein, con Ramy e con Kwayong, con chi arriva dagli Stati Uniti o dal Giappone, dall’Iran o dalla Corea, dal Canada, dal Libano, dall’Oman, abbiamo sentito dire cose come lusso, fascino, styling, attenzione al dettaglio, retaggio inarrivabile, reputazione prestigiosa, eccellenza dei pellami, forma perfetta, comodità, durabilità, fedeltà dei clienti e verso i clienti, tecnologie, innovazione, e poi, come un mantra, qualità qualità qualità design qualità design artigianalità artigianalità…

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«Le scarpe italiane sono completamente diverse da quelle degli altri paesi». Parola di Atsuyuki Terasoma, giapponese, otto anni nel settore, di base a Tokyo, che ha aggiunto: «La cultura delle calzature vanta una lunga storia e le tecniche e i metodi di produzione delle scarpe vengono tramandati di generazione in generazione e continuamente aggiornati».

E ancora, stavolta dal Libano: «Le scarpe italiane sono differenti per via del design e della confortevolezza».
Tra le tante caratteristiche, sono spesso i pellami quelli a colpire l’immaginario di chi acquista e vende Made in Italy. Alcuni provano persino a descrivere la sensazione, al tatto.

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C’è chi invece semplicemente dice «bellezza», come Abraham Schumann, un veterano di Palm Beach, Florida, 48 anni di mestiere alle spalle, che racconta anche di come una delle sue clienti sia una cugina di George W. Bush, che ogni volta che arriva in negozio mette una certa frenesia addosso a tutti perché «sta sempre per partire per un viaggio internazionale e deve prendere il prossimo volo».

Tra le clienti di John Plummer, di Portland, 23 anni da buyer e proprietario di negozio, c’è invece la cantautrice folk Lucinda Williams, che acquista talmente tante paia da dover parcheggiare la limousine proprio davanti al negozio.

E in mezzo alle storie curiose uscite fuori dalle interviste c’è pure quella del canadese Kevin Eisenberg, che tra i clienti ha niente meno che Justin Bieber, che a quanto pare va matto per le sneaker Made in Italy.

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Girano il mondo, i buyer, vanno per fiere, seguono le sfilate e visitano showroom, vetrine dei negozi («soprattutto quelli italiani» dice una delle buyer americane), leggono riviste — per far ricerca e scoprire le nuove tendenze. E anche se col tempo ci si affida sempre di più all’online, c’è chi continua a non dimenticare il caro, vecchio rapporto diretto coi fornitori.

Proprio sul web e su come ha cambiato o sta cambiando il mestiere di buyer verteva una delle nostre domande.
Tra i lati positivi, appunto la possibilità di far ricerca in tempo reale, ma la grande sfida, soprattutto per i negozi multibrand, è riuscire a restare sul mercato in un momento storico in cui i produttori hanno i loro negozi online e vendono direttamente e i clienti fanno sempre di più il cosiddetto “showrooming”, cioè vanno a provarsi un capo o una scarpa in negozio e poi acquistano in rete.

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Per qualcuno, comunque, questa sfida è un ulteriore stimolo ad adattarsi e diversificarsi.
«Puntare sul prodotto, non sul prezzo. E andare a cercare pezzi ancora più unici, difficili da trovare sul web», questo suggerisce LaRonda Denkler di Delray Beach, Florida, buyer da 31 anni.

E mentre street style e blog cominciano a prendere il posto di magazine e giornalisti, i luoghi da tenere d’occhio rimangono per quasi tutti le tradizionali capitali mondiali della moda: Milano, Parigi, New York (le più citate), e poi Londra, Tokyo…

A proposito di Tokyo: Ryo Sano, che lavora nel celeberrimo quartiere Shibuya e fa il buyer da trent’anni, ha confessato che il suo primo paio di scarpe italiane l’ha acquistato 25 anni fa. «All’epoca come scarpe eleganti da uomo conoscevo solo il marchio inglese Church’s. Quando ho sentito che Marcello Mastroianni portava le calzature del marchio Sutor Mantellassi, sono andato nel negozio Mantellassi di Via della Spiga, a Milano», ha raccontato Ryo. «Volevo comprare delle scarpe nere eleganti in modo da poterle portare per anni e anni, visto che ero ancora giovane e non avevo tanti soldi. Tuttavia la commessa che mi servì, una signora molto sexy, con una gonna molto aderente, mi spiegò che Mastroianni amava quelle marrone chiaro e mi convinse a cambiare idea. Grazie a quella signora, e al fatto che quello fosse un colore tipicamente italiano, quelle scarpe sono ancora nel mio guardaroba dopo 25 anni».

E ritorniamo da capo: stile, qualità, artigianalità, design, durevolezza…