Un secolo di qualità e innovazione, da Ferrara a Tradate

GLI INIZI

La storia del calzaturificio Artioli comincia con un bambino. È il 1912, siamo a Ferrara e Severino Artioli ha sette o otto anni, è orfano di padre e abita in una casa rurale, una quelle in cui le abitazioni sono ai quattro lati e al centro c’è un cortile.
Il piccolo Severino gioca spesso da solo e un giorno, dopo pranzo, lo vede un vicino di casa che sta prendendo la bicicletta per tornare al lavoro. Lo invita ad andare con lui, lo mette sulla canna della bicicletta e lo porta nella sua bottega. Quel vicino è il calzolaio della città e, giorno dopo giorno, insegna al ragazzino il mestiere.

All’inizio per Severino è come un gioco, poi comincia ad appassionarsi davvero. Impara velocemente, complice l’età ma anche, probabilmente, un talento innato. A quindici anni è già capace di costruire un’intera scarpa da solo.
In quel periodo, nel 1920 circa, a Ferrara apre una delle prime aziende italiane di produzione di calzature con un sistema di catena di montaggio. Si chiama Zenith e Artioli va a lavorare lì. In breve tempo diventa responsabile del reparto che si occupa del fondo, parte di cui è un vero esperto.

Da lì comincia una lunga e movimentata carriera, chiamato da molti calzaturifici del nord, soprattutto nel Veneto, come direttore o consulente.
Durante il secondo conflitto mondiale Artioli è a Tradate, a dirigere il calzaturificio che produce le scarpe per l’esercito e, una volta finita la guerra, decide di aprire, insieme a due colleghi, Eugenio Stefanotti e Angelo Millefanti, la propria impresa. Il nome scelto è Star (STefanotti + ARtioli) e la sede è proprio a Tradate, che ormai Artioli ha scelto come casa.

LA CRESCITA

L’attività è di piccole dimensioni. I clienti sono perlopiù negozi italiani, ma di alto livello. La scelta dei tre soci, fin da subito, è di puntare sulla qualità ma anche sull’innovazione tecnica.
Negli anni ’50 muore Stefanotti, tuttavia l’impresa regge il colpo e comincia a crescere, tanto che c’è bisogno di un nuovo stabilimento.

A fine anni ’50 entra in azienda Vito Artioli, uno dei quattro figli di Severino, che si rivela un bravissimo disegnatore e modellista. Con il suo arrivo cambia tutto: si punta su modelli più innovativi, si cerca di allargare il giro di affari puntando sull’estero, conquistando pian piano parte dell’Europa e gli Stati Uniti. A metà anni ’60 Millefanti lascia l’attività e il calzaturificio diventa un affare di famiglia.

Negli anni seguenti, qualità e innovazione procedono spedite nel catalogo Artioli, e la mappa dei clienti si allarga ancora, grazie al fenomenale fiuto nel seguire i mercati emergenti: Paesi arabi e, a partire dagli anni ’90, Russia, Est Europa ed Estremo Oriente.
Nel frattempo è giunto il momento dell’ingresso della terza generazione: nel 1985 arriva Andrea Artioli, che prima viene mandato nel negozio che il marchio ha aperto a San Francisco e poi ritorna a Tradate. «In realtà ho sempre lavorato lì», racconta Andrea Artioli a Italian Shoes. «Da ragazzino, d’estate, invece di andare in vacanza ero lì in fabbrica. Ma mi piaceva. Non vedevo l’ora che finisse la scuola».

LA QUALITÀ

Oggi le calzature Artioli sono ai piedi di alcune tra le più importanti personalità del mondo: leader politici, uomini di finanza. «Chi cerca il meglio in assoluto, per le scarpe sceglie Artioli. Non tutti, certo. Non sarebbe realistico. Ma una parte sì», spiega con orgoglio Andrea Artioli, che sostiene come oggi la tecnologia, in questo settore, abbia largamente superato la mano dell’uomo, ma che per le loro calzature la mano dell’uomo è ancora fondamentale.

Quelli che escono da Tradate sono prodotti costruiti artigianalmente ma, come e più che in passato, la tradizione non frena l’innovazione. Anzi, ogni stagione vengono creati dai 200 ai 250 modelli nuovi, cifre incredibili se si pensa alla qualità di ciascuno. «Ma è così che dev’essere», spiega Artioli. «Noi siamo attori globali, i nostri clienti sono molto esigenti e hanno gusti e stili di vita molto differenti tra loro. Ogni mercato ha le sue peculiarità e noi dobbiamo tenerne conto».

Poi c’è la comodità, e in questo caso sono la tecnologia e la ricerca a fare la parte del leone.

IL FUTURO

Con la morte del fondatore, Severino, nel 2004, oggi l’azienda è in mano a Vito e Andrea, ma c’è la quarta generazione di Artioli che si sta preparando a un ruolo chiave nella società.

«Mio figlio Alberto ha cominciato a collaborare», racconta Andrea, «Lui ha studiato design e ora si occupa delle sviluppo delle sneaker. Sta cominciando ad apprendere tutte quelle che sono le fasi di lavorazione, una ad una, e questo lo aiuterà sempre di più a sviluppare prodotti nuovi. Ma ha già la stoffa, è evidente. E quella delle sneaker è una fetta di mercato sulla quale stiamo puntando e punteremo ancora moltissimo».

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