Tutto cominciò con il banchetto di un calzolaio

GLI INIZI

Siamo negli anni ‘40. Alfonso Marciano è appena un ragazzino quando rimane incantato dai banchetti dei calzolai che lavorano per strada. Ce ne sono molti, all’epoca, a Santa Maria a Vico, una cittadina in provincia di Caserta in cui la tradizione calzaturiera è molto presente. Il fatto che da un pezzo di pelle quegli artigiani ricavino qualcosa di unico, bello e utile, spinge il giovane a volere a sua volta imparare il mestiere.

Classe 1932, Alfonso è figlio di un maresciallo della Guardia di Finanza e di una maestra. I due si sono conosciuti vicino a Gorizia e Alfonso nasce a Chirchina, nell’odierna Slovenia. Quando la famiglia si trasferisce in Campania, impara il mestiere dai suoi zii, Luigi e Vincenzo, fratelli del nonno ed entrambi calzolai. Alfonso ha appena 12/13 anni e va ancora a scuola, ma aiuta lo zio Luigi nel lavoro, all’inizio svolgendo le mansioni più semplici, come legare con lo spago le scatole che porta poi ai clienti nella zona del napoletano.

Dopo qualche anno il banchetto diventa suo, e sebbene ormai padroneggi tutte le tecniche, Marciano continua a svolgere anche i compiti più umili.
C’è un aneddoto che gira da anni in famiglia. «Uno dei negozianti», racconta Anna Maria, figlia di Alfonso, oggi alla guida dell’azienda insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle, «non aveva capito che quel ragazzo che gli consegnava le calzature era anche colui che le progettava, le tagliava e le realizzava. Mio padre era ancora molto giovane, portava i pantaloncini corti e prendeva il treno per andare a portare la merce dai rivenditori. Pensando che fosse soltanto un garzone, il negoziante gli dava la mancia e lui, puntualmente, se la prendeva senza battere ciglio. Quando poi quell’uomo andò per la prima volta a visitare il laboratorio e si rese conto che “il garzone” era in realtà il titolare, si fece una gran risata, dicendo ‘ma come, io per tanto tempo ti ho dato la mancia e tu te la sei presa?’. E mio padre: ‘che dovevo fare? In quel momento io ero il corriere!’».

LA CRESCITA

Dopo aver fondato una piccola società insieme allo zio, all’inizio degli anni ‘50, Alfonso si mette in proprio nel ‘54 e fonda il Calzaturificio Arbiter. Grande lettore e amante della cultura classica, sceglie il nome in omaggio a Petronio, storico e politico romano, maestro e consigliere di Nerone, raffinato amante del lusso e considerato un arbiter elegantiae. Altro omaggio alla classicità: il discobolo adottato nel logo.

L’azienda si fa prima conoscere in zona, acquistando sempre più estimatori. Da locale, l’attività diventa poi nazionale e, grazie alle fiere di settore, negli anni ‘70 Alfonso Marciano muove alla conquista dei mercati esteri.

Il vero e proprio boom c’è negli anni ‘80. America, Cina, paesi arabi: in tutto il mondo si indossano calzature Arbiter. In Sud Africa il marchio è tuttora probabilmente il più importante in assoluto, nonché copiatissimo.

A metà anni ‘90, come tante altre aziende del settore (e non solo), Arbiter vive un piccolo momento di crisi, poi superata.

LA QUALITÀ

Caratterizzate da una meticolosa cura per i particolari e dall’utilizzo di materiali di primissima qualità, le calzature Arbiter, nonostante siano prodotte in un laboratorio molto grande e moderno, sono essenzialmente artigianali: tutte le cuciture sono ancora fatte a mano, sia per quanto riguarda le tomaie che le suole e le tinture, e i macchinari vengono utilizzati solo il minimo indispensabile.

Ma il vero plus dell’azienda, quello che la rende ricercatissima anche dalle griffe del lusso più prestigiose del mondo, che scelgono Arbiter per produrre le loro calzature, è il grande know-how relativo alla lavorazione di materiali pregiati ed esotici come il coccodrillo e l’alligatore. Oggi la produzione conto terzi copre circa il 50% del totale.

L’azienda, che ha ancora sede a Santa Maria a Vico, là dove la storia è cominciata, è gestita dai sei figli di Alfonso: «la scelta di cosa ciascuno di noi doveva occuparsi è stata molto naturale», spiega Anna Maria, che con i fratelli Massimo e Maurizio e le sorelle Maria Grazia, Monica e Maria Cristina guida la società.
Si sta anche affacciando la terza generazione, con la nipote Nunzia.

Il rapporto col territorio è molto stretto, seppure non facile. «Oggi la crisi è ancora più profonda che in passato», sostiene Anna Maria Marciano, che spiega come in una zona un tempo vocata al calzaturiero come la loro, oggi Arbiter sia l’unico calzaturificio rimasto a Santa Maria a Vico, e appena un paio ne sorgono ancora nei comuni lì attorno.

La carta vincente della famiglia Marciano, quella che ha permesso loro di sopravvivere tra le macerie di un distretto che è praticamente scomparso, è stata la scelta di mantenere la rotta producendo scarpe di una qualità che in pochi riescono a raggiungere.

Spirito caparbio e indipendente, capace di passare giornate intere in un formificio a fare impazzire i suoi fornitori alla ricerca della forma perfetta, Alfonso Marciano negli anni ha rifiutato qualsiasi tipo di intervento esterno, preferendo gestire l’impresa a livello familiare. La stessa caparbietà hanno dimostrato i suoi figli nel non optare mai per la strada più semplice.

 

IL FUTURO

Oggi Arbiter sta cercando di riconquistare i mercati che negli anni più bui sono andati perduti.
Il sogno di Massimo, Anna Maria, Mara Grazia, Monica, Maurizio e Maria Cristina è di puntare ancora più in alto, differenziandosi sempre di più per raffinatezza e qualità.

Alfonso, il fondatore, purtroppo mancato pochi giorni fa, è ancora l’esempio da seguire e la massima fonte di ispirazione per i suoi figli, che per i suoi 80 anni gli avevano dedicato un paio di scarpe speciali tinte a mano, un pezzo unico con le suole dipinte: su una, un suo ritratto di quando aveva 15 anni; sull’altra, lui a 80. Passato e presente, e la base di partenza per il futuro.

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